11/01/2013
Nascita del Consultorio Familiare dell'Istituto La Casa

Riportiamo parte di un intervento di don Paolo Liggeri, pubblicato su Gli operatori dei consultori familiari, (a cura di Charles G. Vella, Città Nuova Editrice, Roma 1980) che ricorda la nascita del nostro Consultorio Familiare e l'idea innovativa e forte attorno a cui si è sviluppato.

Un ritratto della condizione delle famiglie nel dopoguerra, ancora oggi attuale.

Buona Lettura!

 

Il Consultorio in Italia: storia, legislazione, fisionomia, finalità e struttura (*)

Confesso che quando, nel 1948, annunciai alla stampa di Milano l’ideazione e la realizzazione di un consultorio, destinato alla soluzione dei problemi del matrimonio e della famiglia, non immaginavo affatto che un giorno, in Italia, sarebbe sorta una vera e propria “questione” dei consultori. A distanza di trentadue anni dalla fondazione di quel primo consultorio italiano, frutto evidente di una particolare sensibilità di un gruppo privato di esperti, per la vitalità delle famiglie, è stata approvata, in Italia, una legge-quadro sui consultori familiari, seguita, faticosamente e oltre i termini previsti, da leggo regionali, intese a stabilirne localmente le norme applicative. Sembrerebbe uno sviluppo semplice e perfino ovvio di una legislazione e di una regolamentazione dei consultori. Il risultato, invece, come vedremo, è stato assurdamente confusionario e contradditorio, probabilmente perché, già a livello di formulazione della legge-quadro, erano carenti le informazioni e le documentazioni e si è proceduto, piuttosto, alla insegna della improvvisazione, da una parte, e di un’ansia di predominanza ideologica, dall’altra, ad opera di vari partiti e movimenti politici.

 

1. Un po’ di storia

Credo che sia utile, a questo punto, per maggiore chiarezza, che io riferisca che cosa intendevo realizzare, quando organizzai il primo consultorio in Italia.

Dopo le incursioni aeree che avevano semidistrutto Milano, nell’agosto del 1943, nel generale sfollamento di uomini e di iniziative avvertii come un dovere che qualcuno rimanesse nella città devastata, in soccorso di coloro che non avevano la possibilità di cercare riparo altrove. Così, con un gruppo ridottissimo di generosi collaboratori, e quasi per rivalsa alle innumerevoli case distrutte, fondai l’Istituto “La Casa”, un modestissimo centro di iniziative di emergenza a favore di colori che erano rimasti privi di risorse e, a volte, delle stesse suppellettili essenziali, i cosiddetti “sinistrati”. Soccorsi, sia pure inadeguati, vennero organizzati dall’amministrazione pubblica (un posto per dormire, piccole somme di denaro, ecc.); ma poi fummo ben presto in grado di organizzare, in locali rabberciati di uno stabile sconquassato dai bombardamenti, mense a presso ridottissimo e, perfino, un pasto caldo quotidiano e gratuito per cinquecento “sinistrati”. Come siamo riusciti, a distanza di decenni non saprei spiegarlo se non con il fatto Milano è “grande” soprattutto quando si scatenano le sciagure. Ben presto le iniziative di soccorso (anche spicciolo) si moltiplicarono e così finimmo con l’occuparci anche di profughi dalla zona di combattimenti, di prigionieri alleati, fuggiti dai campi di concentramento in seguito alla confusione che seguì all’armistizio dell’8 settembre, di perseguitati politici e razziali. Molti vennero accompagnati oltre il confine con la Svizzera.

Ma un giorno, nel marzo del 1944, venni arrestato e poi deportato nei campi nazisti di concentramento di Mauthausen, Gusen e infine Dachau. Quando, al temine della guerra, prodigiosamente sopravvissuto, tornai a Milano, ebbi la consolazione di riscontrare che nel frattempo i miei collaboratori avevano continuato generosamente e rischiosamente a prodigarsi. Ma avvertii ben presto che l’Istituto “La Casa”, pur non abbandonando del tutto l’attività assistenziale tradizionale, doveva inoltrarsi in un programma nuovo e più specifico di attività a sostegno della famiglia.

C’era, in quegli anni dell’immediato dopoguerra, un gran vociferare per la “ricostruzione” del Paese: “Ebbene - mi dissi - noi ci dedicheremo alla ricostruzione della famiglia”. Sorsero così varie iniziative, per quel tempo insolite: pubblicazioni specifiche, editoriali e periodiche, corsi di preparazione al matrimonio, corsi di riorientamento per sposi e genitori, un consultorio prematrimoniale e matrimoniale per le difficoltà critiche che possono insorgere nella preparazione al matrimonio e lungo il corso della vita coniugale.

Ecco, l’idea del consultorio scaturiva da una serie di iniziative, specificatamente orientate all’aiuto della famiglia, le quali ci avevano fatto approfondire l’osservazione di situazioni problematiche, e istanze, più o meno esplicite, che richiedevano un organismo particolarmente qualificato, che le accogliesse e le esaminasse, in modo da chiarire ed evidenziare la soluzione migliore, caso per caso. La lunga guerra, con tutti gli imprevisti sfaldamenti fisici e psichici, gli sfollamenti, i viaggi pendolari in carri-bestiame, le interminabili prigionie di molti militari, gli internamenti nei campi nazisti di concentramento, la logorante assenza di notizie dei propri familiari, il bisogno di aiuto di ogni genere, e soprattutto, il senso incombente di precarietà della vita, che induceva a una considerazione di precarietà di altri valori, anche affettivi, anche morali, in realtà aveva seminato bombe rompenti e incendiarie, non meno disastrose di quelle materiali, nel vivo del tessuto familiare. I bollettini militari le ignoravano, la stampa ancora non se n’era resa conto, tranne a livello di cronaca nera, ma le famiglie sconquassate o pericolanti, a un osservatore attento, si manifestavano numerose come gli edifici sinistrati, sui quali si concentrava e si esauriva l’impegno nazionale della ricostruzione. Il 15 febbraio del 1948, quando annunciai al pubblico milanese che l’Istituto “La Casa” istitutiva un consultorio di quel genere, la stampa (a cominciare da quella quotidiana) mostrò subito vivo interesse, come se si fosse squarciato un velo che nascondeva una problematica sociale, diffusa e dolente. Ricordo che le prime persone che giunsero al consultorio si riferivano a un giornale o venivano addirittura con il giornale sul quale avevano letto la notizia, quasi per scusarsi di chiedere un aiuto così insolito di cui da tempo sentivano il bisogno.

L’intuizione, quindi, si era rivelata immediatamente corrispondente a una richiesta amia e reale, anche se secondo un tradizionale costume italiano (oggi molto attenuato), tacita e dissimulata. Ma un conforto inaspettato e, potrei dire, lusinghiero, mi venne attraverso un congresso dell’Unione internazionale degli Organismi Familiari (con sede a Parigi), che si svolse a Roma nel settembre del 1949. In quella occasione, in cui ebbi modo di presentare le iniziative dell’Istituto “La Casa” di Milano, a contatto con illustri esperti della problematica familiare, poteri constatare che in America e in parecchie altre nazioni europee ci si era già avviati o ci si avviava a realizzazioni analoghe. Tipico l’esempio dell’Inghilterra, dove, per iniziativa privata, erano già sorti molti consultori per arginare l’ondata crescente dei divorzi, che allarmava lo Stato, come una minaccia di disfacimento sociale.

Nel giro di pochi anni, sorsero altri consultori in Italia, con i medesimi intendimenti e sempre per iniziativa di persone sensibili e volenterose, senza riconoscimenti, né aiuti di nessuna sorta. Sono questi consultori, i quali nel 1968 si raggrupparono sotto la sigla UCIPEM (Unione Consultori Italiani Prematrimoniali e Matrimoniali), che, a mio parere, hanno focalizzato un bisogno sociale di primaria e fondamentale importanza per la solidità e la vitalità della famiglia, dedicandosi con mezzi idonei ad affrontare soprattutto i problemi critici della coppia in formazione o già formata. Altri esperimenti, già effettuati, o che saranno effettuati, come i consultori destinati alla distribuzione degli anticoncezionali, all’assistenza all’aborto, a una presunta educazione (che sarebbe più esatta denominare “istruzione” o “informazione”) sessuale, ma che in definitiva si riducono a una piatta e irrazionale anticoncezionalità, ritengo – come dirò ancora in seguito – che siano da considerare “periferici” ed eludenti la problematica centrale e basilare della crisi della famiglia […].

* Don Paolo Liggeri, pubblicato su: Gli operatori dei consultori familiari, a cura di Charles G. Vella, Città Nuova Editrice, Roma 1980.


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